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Continuo
il mio racconto da dove l’ho lasciato. Vi parlavo del Nazareno…
Ebbene, quel Gesù di Nazareth finì male: lo inchiodarono su una croce
insieme ai ribelli e ai sobillatori dell’ordine costituito. Io ero
convinto che ciò bastasse per mettere una pietra sopra tutta la sua
storia, e invece… più il tempo passava, più aumentava il numero dei
suoi discepoli, che lo ritenevano vivo e operante in mezzo a loro. Eravamo
al limite del buon senso, eppure la loro presenza si estendeva come una
metastasi: vivevano tra noi, circolavano tranquillamente nel Tempio,
frequentavano le nostre sinagoghe senza mai perdere l’occasione per
parlare di Gesù come il Messia di Dio. Molti ne restavano affascinati…
si parlava addirittura di guarigioni miracolose. C’era veramente motivo
per essere allarmati.
Alla
scuola di Gamaliele
se ne discuteva spesso. Devo confessare che io restai
come di sasso quando sentii il mio maestro esitare di fronte a tutta
questa faccenda: il Sinedrio aveva deciso di usare le maniere forti,
arrestando i discepoli più in vista di quella setta e accordandosi per la
loro condanna a morte. La cosa era quasi fatta, quando fu proprio
Gamaliele a intervenire dicendo che tale scelta poteva costituire un grave
errore: era meglio aspettare ancora e discernere se quel movimento veniva
o meno da Dio. Quando seppi di tale esitazione, sollevata da un maestro
tanto insigne, mi sentii invadere dalla rabbia. Era come se tante certezze
venissero messe a confronto con l’orrendo patibolo della croce, come se
la forza della Legge dovesse misurarsi con un corpo nudo, orrendo, appeso
a un legno. Quel giorno discussi a lungo con Gamaliele e più lui
sollevava le sue perplessità, più io alzavo la mia voce, pieno di foga,
ribadendo i principi che lui stesso mi aveva inculcato. Era solo
l’inizio di un lungo tormento…
Non
passò molto tempo quando un giorno mi imbattei in una specie di rissa:
tanta gente usciva da una delle porte della città, c’erano volti a me
ben noti, dottori della legge, farisei... I loro gesti comunicavano
rabbia, come del resto le loro parole e i loro visi infuocati e sudati.
Trascinavano un giovane, un discepolo di quel Gesù. Mi trovai in mezzo a
quella folla quasi senza accorgermi e come loro agitavo le mie mani,
urlavo, spingevo… Fuori dalla città quel giovane venne lapidato: io
assistevo alla scena con un malvagio senso di compiacimento. I testimoni
avevano lasciato i loro mantelli ai miei piedi. Non dimenticherò mai la
serenità di quel volto che disarmò il mio spirito.
La
lapidazione di Stefano, così si chiamava quel giovane, fu la prima di una
lunga serie di violenze contro quella setta. Non c’erano più solo i
romani che costruivano i patiboli, ma anche le mie mani e quelle dei miei
compagni. Volevamo soffocare quella piaga ed eravamo convinti che i
sistemi forti potessero bastare. Dalla mia parte, avevo il sostegno delle
autorità religiose e questo era un forte scudo di fronte ai richiami
della mia coscienza: entravo nelle case dei credenti, li obbligavo a
raccontarmi su che cosa si fondava la loro fede, li costringevo a
bestemmiare, li minacciavo, sputando, urlando, incatenando, percuotendo!
Dio mio a che punto ero arrivato!!! Questo tuttavia non bastava a
restituirmi la pace. Più colpivo, più mi sentivo disarmato; più ferivo,
più la mia violenza esigeva di essere sfogata… e intanto quella setta
continuava a crescere e a estendersi, nonostante tutto. Agire solo a
Gerusalemme e nei dintorni era come battere l’aria. Bisognava dare un
segno forte che si stava facendo sul serio: per tale motivo mi presentai
al sommo sacerdote chiedendo l’autorizzazione di condurre in catene a
Gerusalemme anche i seguaci che si erano nascosti oltre il territorio che
apparteneva alla giurisdizione del procuratore romano. La richiesta era
forte ed esplicita: volevo andare in Siria, più precisamente a Damasco.
Il sommo sacerdote mi guardò fisso negli occhi e dopo un attimo di
esitazione si compiacque per tanto zelo. Del resto la mia fama e la mia
determinazione erano ormai ben note…
Mentre
però mi dirigevo verso Damasco, il mio tormento interiore si acuì. Nella
mia mente lottavano le immagini delle violenze commesse e la reazione
disarmante delle mie vittime; il mio cuore era lacerato tra la rabbia e la
tristezza, tra il furore appassionato e un immenso e devastante vuoto.
Ricordo che il mio procedere era lento, le mie gambe erano pesanti come
macigni. Il sole era una palla infuocata che mi bruciava le braccia, mi
inaridiva il volto, mi seccava la lingua… A un certo punto sentii dentro
di me come uno squarcio, una luminosità fastidiosa e dolorosa che si
proiettava sul mistero che io volevo soffocare… una chiara presa di
coscienza di ciò che ero, di quello che stavo facendo… Era come se
tutti quei volti che io avevo percosso, umiliato, insultato, - volti di
uomini, donne, bambini, volti di giovani e anziani -, riemergessero sotto
le sembianze di quell’uomo, di quel Gesù di Nazareth, ripetendo:
“Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Tale domanda all’inizio fu
come sussurrata, sgorgando da dentro, poi si fece sempre più forte,
rimbombando nel mio cuore, intontendolo… Sudavo, tremavo, mentre quella
luminosità interiore che non veniva da me si faceva sempre più
fastidiosa e dolorosa… le mie articolazioni si scomposero… crollai...
Mi
fecero rinvenire i miei compagni: ricordo che mi facevano trangugiare
acqua, ma non era di quella che aveva bisogno il mio spirito. Non riuscivo
a reggermi, non avevo il coraggio di riaprire gli occhi, mentre le mie
mani cercavano punti di riferimento in un paesaggio sfuocato. Ero uno
straccio. A Damasco arrivai in queste condizioni. Un certo Giuda mi
accolse nella sua casa: chiesi una stanza, oscurai la piccola apertura che
dava sul cortile e mi rannicchiai in un angolo, tremando come un bimbo
impaurito. Dentro di me c’era la notte. Vedevo solo macerie, le macerie
causate dal crollo di tutte le mie certezze e da quella luminosità
dolorosa che aveva trapassato il mio spirito. Rimasi in quella posizione
per tre giorni, rifiutando ogni cibo e ogni bevanda.
Dopo
quei giorni neri e vuoti come la morte e aridi come il deserto, si presentò
un uomo di nome Anania. Il suo saluto aveva un timbro incerto ma la sua
voce mi infondeva pace. Lo sentii avvicinarsi e percepii le sue mani che
si posavano lievemente sul mio capo: in quei brevi istanti sperimentai per
la prima volta che cosa è la Grazia, quale è la potenza del Risorto. Era
una cascata di luce che irrompeva nel mio cuore, trascinando via tutte le
mie sozzure. Mi aggrappai alle braccia che quell’uomo aveva steso sul mio capo, affondando il mio volto
nel suo petto e piangendo come un bambino, come un bambino, come un
bambino….
Mi
fermo qui. Ciò che vi ho raccontato ha bisogno di tanto silenzio per
essere compreso. non basta la ragione, non basta l'ascolto, non basta lo
studio di ciò che sta scritto di me su tanti libri. Ci vuole il silenzio.
Il silenzio davanti alla croce. allora capirete. Ne sono sicuro.
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