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Paolo si racconta (2)
Scritto da redattore   
Continuo il mio racconto da dove l’ho lasciato. Vi parlavo del Nazareno… Ebbene, quel Gesù di Nazareth finì male: lo inchiodarono su una croce insieme ai ribelli e ai sobillatori dell’ordine costituito. Io ero convinto che ciò bastasse per mettere una pietra sopra tutta la sua storia, e invece… più il tempo passava, più aumentava il numero dei suoi discepoli, che lo ritenevano vivo e operante in mezzo a loro. Eravamo al limite del buon senso, eppure la loro presenza si estendeva come una metastasi: vivevano tra noi, circolavano tranquillamente nel Tempio, frequentavano le nostre sinagoghe senza mai perdere l’occasione per parlare di Gesù come il Messia di Dio. Molti ne restavano affascinati… si parlava addirittura di guarigioni miracolose. C’era veramente motivo per essere allarmati.

Alla scuola di Gamaliele se ne discuteva spesso. Devo confessare che io restai come di sasso quando sentii il mio maestro esitare di fronte a tutta questa faccenda: il Sinedrio aveva deciso di usare le maniere forti, arrestando i discepoli più in vista di quella setta e accordandosi per la loro condanna a morte. La cosa era quasi fatta, quando fu proprio Gamaliele a intervenire dicendo che tale scelta poteva costituire un grave errore: era meglio aspettare ancora e discernere se quel movimento veniva o meno da Dio. Quando seppi di tale esitazione, sollevata da un maestro tanto insigne, mi sentii invadere dalla rabbia. Era come se tante certezze venissero messe a confronto con l’orrendo patibolo della croce, come se la forza della Legge dovesse misurarsi con un corpo nudo, orrendo, appeso a un legno. Quel giorno discussi a lungo con Gamaliele e più lui sollevava le sue perplessità, più io alzavo la mia voce, pieno di foga, ribadendo i principi che lui stesso mi aveva inculcato. Era solo l’inizio di un lungo tormento…

Non passò molto tempo quando un giorno mi imbattei in una specie di rissa: tanta gente usciva da una delle porte della città, c’erano volti a me ben noti, dottori della legge, farisei... I loro gesti comunicavano rabbia, come del resto le loro parole e i loro visi infuocati e sudati. Trascinavano un giovane, un discepolo di quel Gesù. Particolare di una vetrata con il volto di S. Paolo e Gesù Mi trovai in mezzo a quella folla quasi senza accorgermi e come loro agitavo le mie mani, urlavo, spingevo… Fuori dalla città quel giovane venne lapidato: io assistevo alla scena con un malvagio senso di compiacimento. I testimoni avevano lasciato i loro mantelli ai miei piedi. Non dimenticherò mai la serenità di quel volto che disarmò il mio spirito.

La lapidazione di Stefano, così si chiamava quel giovane, fu la prima di una lunga serie di violenze contro quella setta. Non c’erano più solo i romani che costruivano i patiboli, ma anche le mie mani e quelle dei miei compagni. Volevamo soffocare quella piaga ed eravamo convinti che i sistemi forti potessero bastare. Dalla mia parte, avevo il sostegno delle autorità religiose e questo era un forte scudo di fronte ai richiami della mia coscienza: entravo nelle case dei credenti, li obbligavo a raccontarmi su che cosa si fondava la loro fede, li costringevo a bestemmiare, li minacciavo, sputando, urlando, incatenando,Cartina geografica percuotendo! Dio mio a che punto ero arrivato!!! Questo tuttavia non bastava a restituirmi la pace. Più colpivo, più mi sentivo disarmato; più ferivo, più la mia violenza esigeva di essere sfogata… e intanto quella setta continuava a crescere e a estendersi, nonostante tutto. Agire solo a Gerusalemme e nei dintorni era come battere l’aria. Bisognava dare un segno forte che si stava facendo sul serio: per tale motivo mi presentai al sommo sacerdote chiedendo l’autorizzazione di condurre in catene a Gerusalemme anche i seguaci che si erano nascosti oltre il territorio che apparteneva alla giurisdizione del procuratore romano. La richiesta era forte ed esplicita: volevo andare in Siria, più precisamente a Damasco. Il sommo sacerdote mi guardò fisso negli occhi e dopo un attimo di esitazione si compiacque per tanto zelo. Del resto la mia fama e la mia determinazione erano ormai ben note…

Mentre però mi dirigevo verso Damasco, il mio tormento interiore si acuì. Nella mia mente lottavano le immagini delle violenze commesse e la reazione disarmante delle mie vittime; il mio cuore era lacerato tra la rabbia e la tristezza, tra il furore appassionato e un immenso e devastante vuoto. Ricordo che il mio procedere era lento, le mie gambe erano pesanti come macigni. Il sole era una palla infuocata che mi bruciava le braccia, mi inaridiva il volto, mi seccava la lingua… A un certo punto sentii dentro di me come uno squarcio, Particolare di una vetrata con La figura di S. Paolo intera una luminosità fastidiosa e dolorosa che si proiettava sul mistero che io volevo soffocare… una chiara presa di coscienza di ciò che ero, di quello che stavo facendo… Era come se tutti quei volti che io avevo percosso, umiliato, insultato, - volti di uomini, donne, bambini, volti di giovani e anziani -, riemergessero sotto le sembianze di quell’uomo, di quel Gesù di Nazareth, ripetendo: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Tale domanda all’inizio fu come sussurrata, sgorgando da dentro, poi si fece sempre più forte, rimbombando nel mio cuore, intontendolo… Sudavo, tremavo, mentre quella luminosità interiore che non veniva da me si faceva sempre più fastidiosa e dolorosa… le mie articolazioni si scomposero… crollai...

Mi fecero rinvenire i miei compagni: ricordo che mi facevano trangugiare acqua, ma non era di quella che aveva bisogno il mio spirito. Non riuscivo a reggermi, non avevo il coraggio di riaprire gli occhi, mentre le mie mani cercavano punti di riferimento in un paesaggio sfuocato. Ero uno straccio. A Damasco arrivai in queste condizioni. Un certo Giuda mi accolse nella sua casa: chiesi una stanza, oscurai la piccola apertura che dava sul cortile e mi rannicchiai in un angolo, tremando come un bimbo impaurito. Dentro di me c’era la notte. Vedevo solo macerie, le macerie causate dal crollo di tutte le mie certezze e da quella luminosità dolorosa che aveva trapassato il mio spirito. Rimasi in quella posizione per tre giorni, rifiutando ogni cibo e ogni bevanda.

Dopo quei giorni neri e vuoti come la morte e aridi come il deserto, si presentò un uomo di nome Anania. Il suo saluto aveva un timbro incerto ma la sua voce mi infondeva pace. Lo sentii avvicinarsi e percepii le sue mani che si posavano lievemente sul mio capo: in quei brevi istanti sperimentai per la prima volta che cosa è la Grazia, quale è la potenza del Risorto. Era una cascata di luce che irrompeva nel mio cuore, trascinando via tutte le mie sozzure. Mi aggrappai alle braccia che  quell’uomo aveva steso sul mio capo, affondando il mio volto nel suo petto e piangendo come un bambino, come un bambino, come un bambino….

Mi fermo qui. Ciò che vi ho raccontato ha bisogno di tanto silenzio per essere compreso. non basta la ragione, non basta l'ascolto, non basta lo studio di ciò che sta scritto di me su tanti libri. Ci vuole il silenzio. Il silenzio davanti alla croce. allora capirete. Ne sono sicuro.

Ultimo aggiornamento ( sabato 15 dicembre 2007 )