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Paolo si racconta (3)
Scritto da redattore   

Come vi dicevo la volta scorsa, ad Anania devo davvero molto. Ognuno di voi ha un “Anania” prezioso preparato esclusivamente per sé: si tratta di qualcuno che apre la strada, indica la via, aiuta a discernere, è segno della presenza di un Altro…

Ero ancora fisicamente debole quando iniziai il mio ministero di testimone dell’amore di Dio a Damasco. Vetrata raffigurante S. Paolo ispirato che scrive la Lettera ai Romani Chi mi ascoltava provava sconcerto, meraviglia: nella città i giudei mi consideravano totalmente impazzito, mentre i discepoli di Gesù sospettavano un inganno, una trappola. Anania faceva quel che poteva per difendere la mia causa… Solo il tempo poteva dare una garanzia al mio annuncio: del resto, li capivo… Ma il tempo mi giocò un brutto tiro e al posto di garantire la mia testimonianza, la soffocò: un giorno capii che la mia vita era in serio pericolo. C’era chi spiava i miei passi e i miei movimenti; addirittura il governatore del re Areta faceva tenere sotto controllo le porte della città, aspettando l’occasione propizia per uccidermi. Per scampare al pericolo mi nascosi in una cesta e mi feci calare durante la notte dalle mura della città, fuggendo verso Gerusalemme.

Ma anche a Gerusalemme le cose non andarono meglio: da un lato subivo la pressione delle minacce dei miei fratelli giudei, dall’altro il rifiuto dei miei nuovi fratelli in Cristo. Solo l’intervento di Barnaba, un discepolo in gamba e colmo di Spirito Santo, certamente inviato da Dio, facilitò il mio inserimento nella comunità. Fu in quell’occasione che incontrai per la prima volta Pietro e Giacomo, anche se devo riconoscere che la loro accoglienza non fu molto calorosa nei miei riguardi. Particolare della vetrata, con i volti di Gesù e Paolo La mia vita continuava ad essere esposta a un grave rischio per cui, alla fine, si decise che era opportuno che io ritornassi per un po’ di tempo a Tarso. Uscire dalla circolazione avrebbe aiutato a dimenticare quanti mi avevano in odio. Questione di mesi, pensavo, e invece, a Tarso i mesi diventarono anni… Ad un certo punto ebbi quasi la sensazione che Dio mi avesse abbandonato. Solo con il senno di poi, capii che quello era il tempo del deserto, della riflessione, della maturazione: il seme del Regno cresceva dentro di me e non c’era istante della mia giornata in cui non meditavo attorno al paradosso di quel Messia crocifisso e risorto, il cui annuncio doveva suonare davvero una stoltezza per i giudei e un’idiozia per i pagani. Eppure in quel Dio nudo appeso al legno io trovavo il cuore di tutta la buona novella!

Un giorno stavo trafficando al porto, quando vidi Barnaba venirmi incontro: quella visita inaspettata mi invase di gioia.Cartina geografica con evidenziata Antiochia Da quando ero partito da Gerusalemme nessuno dei fratelli era più passato a farmi visita… Il mio cuore esplodeva di commozione. Intuivo che Dio mi stava affidando qualcosa. E infatti, Barnaba era venuto a Tarso per prendermi con sé e portarmi ad Antiochia. Non indugiai neppure un istante e la sera stessa ero già in viaggio verso quella città. Barnaba mi spiegava che il cammino dei fedeli ad Antiochia era giunto a una svolta decisiva: ci si trovava di fronte alla prima comunità composta da pagani e questa era ritenuta una sfida per tanti fratelli provenienti dal giudaismo che guardavano la cosa con sospetto. Ci voleva qualcuno che conoscesse bene il mondo pagano, che fosse ben ferrato sui principi del giudaismo e che allo stesso tempo avesse un’esperienza forte della gratuità di Dio: Barnaba aveva pensato a me. Fu ad Antiochia che cominciammo a essere considerati non più come una setta interna al Giudaismo, ma come qualcosa di distinto: la gente ci chiamava con un nome ben preciso: “cristiani”.

Antiochia divenne una sorta di “quartier generale” per tutto il nostro ministero: non saprei dirvi quante furono le città che visitai, quanti furono i viaggi che intrapresi… Non lo dico per vantarmi, ma per aiutarvi a sfiorare la potenza dello Spirito che apriva le strade del mio apostolato, infondendo nel mio povero vaso di creta uno slancio illimitato. Non sono mai stato un uomo forte, anche se questa può essere l’impressione che traspare dalle mie lettere. A Corinto i falsi fratelli approfittavano di questo, insinuando che i miei scritti non erano in sintonia con la mia persona: se questi erano duri e forti, la mia presenza era al contrario debole e dimessa. Ma la potenza di Cristo si manifestava proprio in questo.

Quante fatiche, quante prigionie, quante minacce, quante percosse ho sopportato per il vangelo! Per ben cinque volte ho ricevuto dai giudei i trentanove colpi, tre volte sono stato battuto a sangue con le verghe, una volta mi hanno pure lapidato… Particolare della vetrata, volto di Paolo per non parlare dei naufragi o dei pericoli a cui era costantemente esposta la mia vita: pericoli di briganti, dei pagani, dei falsi fratelli; pericoli sulle strade, sui mari, sui fiumi, nei deserti, nelle città… e poi i travagli, le veglie, i digiuni, la fame, la sete, il freddo… Eppure tutto questo non bastava per scoraggiarmi: era troppo grande l’esperienza che avevo fatto sulla via di Damasco, era troppo forte la certezza che in quel Gesù morto e risorto si celava la rivelazione più grande che l’uomo avesse mai ascoltato! Due erano i punti saldi che mi sostenevano: il mistero della croce e il pensiero costante delle giovani comunità che lo Spirito aveva dato alla luce servendosi del mio povero ministero. E vi posso assicurare che tanti erano i rischi a cui queste giovani chiese erano esposte: c’era chi voleva annacquare la centralità della croce, chi preferiva il compromesso alla persecuzione, chi pretendeva che i pagani dovessero farsi circoncidere… C’era una paura enorme di essere espulsi definitivamente dal Giudaismo ufficiale… quanto ho dovuto lottare su questi aspetti, quanto ho dovuto soffrire!

Su questo sfondo gli anni volarono e mi ritrovai ben presto con due mani, strette come una morsa attorno alle mie braccia. Particolare della vetrata, Paolo Mi stavano conducendo alla morte. Ricordo che non pensavo minimamente a me stesso... L’unico timore che mi attraversò il cuore pochi attimi prima di morire fu la paura che le giovani comunità non potessero reggere a tante minacce… Chiudendo gli occhi, con il mio ultimo pensiero le passai in rassegna, una dopo l’altra, stringendole insieme a me attorno al mistero della croce e affidandomi con loro a quell’uomo nudo appeso su di essa…

Il mio racconto termina qui. Quanto avete letto è poca cosa... ma so che le prime comunità cristiane hanno messo a vostra disposizione le mie lettere e Luca, un mio discepolo, vi ha lasciato la sua testimonianza a mio riguardo nel libro del Nuovo Testamento che porta il titolo di Atti degli Apostoli. Vi affido al Dio del Signore nostro Gesù Cristo, pregando perché egli conceda anche a voi di conoscere i tesori della sua gloria e di afferrare la larghezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità dell'amore di Cristo che trascende ogni conoscenza umana. la sua grazia sia su tutti coloro che lo cercano con amore.
Ultimo aggiornamento ( sabato 15 dicembre 2007 )