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Come
vi dicevo la volta scorsa, ad Anania devo davvero molto. Ognuno di voi ha
un “Anania” prezioso preparato esclusivamente per sé: si tratta di
qualcuno che apre la strada, indica la via, aiuta a discernere, è segno
della presenza di un Altro…
Ero
ancora fisicamente debole quando iniziai il mio ministero di testimone
dell’amore di Dio a Damasco. Chi mi ascoltava provava sconcerto,
meraviglia: nella città i giudei mi consideravano totalmente impazzito,
mentre i discepoli di Gesù sospettavano un inganno, una trappola. Anania
faceva quel che poteva per difendere la mia causa… Solo il tempo poteva
dare una garanzia al mio annuncio: del resto, li capivo… Ma il tempo mi
giocò un brutto tiro e al posto di garantire la mia testimonianza, la
soffocò: un giorno capii che la mia vita era in serio pericolo. C’era
chi spiava i miei passi e i miei movimenti; addirittura il governatore del
re Areta faceva tenere sotto controllo le porte della città, aspettando
l’occasione propizia per uccidermi. Per scampare al pericolo mi nascosi
in una cesta e mi feci calare durante la notte dalle mura della città,
fuggendo verso Gerusalemme.
Ma anche a Gerusalemme le
cose non andarono meglio: da un lato subivo la pressione delle minacce dei
miei fratelli giudei, dall’altro il rifiuto dei miei nuovi fratelli in
Cristo. Solo l’intervento di Barnaba, un discepolo in gamba e colmo di
Spirito Santo, certamente inviato da Dio, facilitò il mio inserimento
nella comunità. Fu in quell’occasione che incontrai per la prima volta
Pietro e Giacomo, anche se devo riconoscere che la loro accoglienza non fu
molto calorosa nei miei riguardi.
La mia vita continuava ad essere esposta
a un grave rischio per cui, alla fine, si decise che era opportuno che io
ritornassi per un po’ di tempo a Tarso. Uscire dalla circolazione
avrebbe aiutato a dimenticare quanti mi avevano in odio. Questione di
mesi, pensavo, e invece, a Tarso i mesi diventarono anni… Ad un certo
punto ebbi quasi la sensazione che Dio mi avesse abbandonato. Solo con il
senno di poi, capii che quello era il tempo del deserto, della
riflessione, della maturazione: il seme del Regno cresceva dentro di me e
non c’era istante della mia giornata in cui non meditavo attorno al
paradosso di quel Messia crocifisso e risorto, il cui annuncio doveva
suonare davvero una stoltezza per i giudei e un’idiozia per i pagani.
Eppure in quel Dio nudo appeso al legno io trovavo il cuore di tutta la
buona novella!
Un
giorno stavo trafficando al porto, quando vidi Barnaba venirmi incontro:
quella visita inaspettata mi invase di gioia. Da quando ero partito da
Gerusalemme nessuno dei fratelli era più passato a farmi visita… Il mio
cuore esplodeva di commozione. Intuivo che Dio mi stava affidando
qualcosa. E infatti, Barnaba era venuto a Tarso per prendermi con sé e
portarmi ad Antiochia. Non indugiai neppure un istante e la sera stessa
ero già in viaggio verso quella città. Barnaba mi spiegava che il
cammino dei fedeli ad Antiochia era giunto a una svolta decisiva: ci si
trovava di fronte alla prima
comunità composta da pagani e questa era ritenuta una sfida per tanti
fratelli provenienti dal giudaismo che guardavano la cosa con sospetto. Ci
voleva qualcuno che conoscesse bene il mondo pagano, che fosse ben ferrato
sui principi del giudaismo e che allo stesso tempo avesse un’esperienza
forte della gratuità di Dio: Barnaba aveva pensato a me. Fu ad Antiochia
che cominciammo a essere considerati non più come una setta interna al
Giudaismo, ma come qualcosa di distinto: la gente ci chiamava con un nome
ben preciso: “cristiani”.
Antiochia
divenne una sorta di “quartier generale” per tutto il nostro
ministero: non saprei dirvi quante furono le città che visitai, quanti
furono i viaggi che intrapresi… Non lo dico per vantarmi, ma per
aiutarvi a sfiorare la potenza dello Spirito che apriva le strade del mio
apostolato, infondendo nel mio povero vaso di creta uno slancio
illimitato. Non sono mai stato un uomo forte, anche se questa può essere
l’impressione che traspare dalle mie lettere. A Corinto i falsi fratelli
approfittavano di questo, insinuando che i miei scritti non erano in
sintonia con la mia persona: se questi erano duri e forti, la mia presenza
era al contrario debole e dimessa. Ma la potenza di Cristo si manifestava
proprio in questo.
Quante
fatiche, quante prigionie, quante minacce, quante percosse ho sopportato
per il vangelo! Per ben cinque volte ho ricevuto dai giudei i trentanove
colpi, tre volte sono stato battuto a sangue con le verghe, una volta mi
hanno pure lapidato… per non parlare dei naufragi o dei pericoli a cui
era costantemente esposta la mia vita: pericoli di briganti, dei pagani,
dei falsi fratelli; pericoli sulle strade, sui mari, sui fiumi, nei
deserti, nelle città… e poi i travagli, le veglie, i digiuni, la fame,
la sete, il freddo… Eppure tutto questo non bastava per scoraggiarmi:
era troppo grande l’esperienza che avevo fatto sulla via di Damasco, era
troppo forte la certezza che in quel Gesù morto e risorto si celava la
rivelazione più grande che l’uomo avesse mai ascoltato! Due erano i
punti saldi che mi sostenevano: il mistero della croce e il pensiero
costante delle giovani comunità che lo Spirito aveva dato alla luce
servendosi del mio povero ministero. E vi posso assicurare che tanti erano
i rischi a cui queste giovani chiese erano esposte: c’era chi voleva
annacquare la centralità della croce, chi preferiva il compromesso alla
persecuzione, chi pretendeva che i pagani dovessero farsi circoncidere…
C’era una paura enorme di essere espulsi definitivamente dal Giudaismo
ufficiale… quanto ho dovuto lottare su questi aspetti, quanto ho dovuto
soffrire!
Su
questo sfondo gli anni volarono e mi ritrovai ben presto con due mani,
strette come una morsa attorno alle mie braccia. Mi stavano conducendo
alla morte. Ricordo che non pensavo minimamente a me stesso... L’unico
timore che mi attraversò il cuore pochi attimi prima di morire fu la
paura che le giovani comunità non potessero reggere a tante minacce…
Chiudendo gli occhi, con il mio ultimo pensiero le passai in rassegna, una
dopo l’altra, stringendole insieme a me attorno al mistero della croce e
affidandomi con loro a quell’uomo nudo appeso su di essa…
Il
mio racconto termina qui. Quanto avete letto è poca cosa... ma so che le
prime comunità cristiane hanno messo a vostra disposizione le mie lettere
e Luca, un mio discepolo, vi ha lasciato la sua testimonianza a mio
riguardo nel libro del Nuovo Testamento che porta il titolo di Atti
degli Apostoli. Vi
affido al Dio del Signore nostro Gesù Cristo, pregando perché egli
conceda anche a voi di conoscere i tesori della sua gloria e di afferrare
la larghezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità dell'amore di
Cristo che trascende ogni conoscenza umana. la sua grazia sia su tutti
coloro che lo cercano con amore.
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