Paolo di Tarso
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«Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il Vangelo di Dio» (ROM 1,1) |
Paolo di Tarso (Saulo in origine), canonizzato come San Paolo apostolo († 67), è considerato da molti cristiani il più importante discepolo di Gesù,
nonostante – va ricordato – non fosse tra i dodici apostoli, né tra
quelli che seguirono di persona la predicazione di Gesù. Resta comunque
annoverato tra gli apostoli in quanto massimo diffusore del messaggio
evangelico e, secondo molti, la più importante figura nello sviluppo
del Cristianesimo. San Paolo rappresenta un grande esempio di fede per
la quale cambiò completamente la propria vita, in seguito ad un evento
miracoloso come da lui stesso descritto, dedicandola esclusivamente
alla diffusione del Vangelo di Gesù Cristo, per il quale testimoniò
fino alla morte.
Nacque a Tarso, in Cilicia, tra il 5 e il 10 d.C. da una famiglia ebrea della diaspora.
Tarso era a quel tempo città cosmopolita, dove vi era una fiorente
comunità ebraica, di cui faceva parte il padre commerciante di tende.
Essendo di tale città, aveva diritto di cittadinanza romana, come
disposto prima da Marco Antonio e successivamente dall'imperatore Augusto.
San Girolamo riferisce, ma non sappiamo da quale fonte abbia attinto,
che i suoi genitori erano originari della piccola città di Gischala in
Galilea, e che essi si trasferirono, con il piccolo, a Tarso quando i
Romani conquistarono la città. Questo dettaglio non è storicamente
attendibile, ma comunque l'origine galilea della famiglia non è
improbabile, essendo appartenente alla tribù di Beniamino. Forse, come
tipicamente era d'uso, portò quasi subito due nomi, uno ricevuto il
giorno della circoncisione, "Saulo" (nome del re Saul, della tribù di Beniamino, e che ha significato di "implorato al Signore"; l'altro, latino, essendo civis romanus,
Paolo, forse in relazione alla sua bassa statura o piccola corporatura,
oppure più semplicemente, per la somiglianza omofonica con Saulo).
Crebbe nel tipico ambiente della città di cultura ellenistica ma con una perfetta educazione ebraica che completò a Gerusalemme; imparò l'ebraico dai genitori e il greco
dalla scuola, divenendo praticamente bilingue. Come tutti i veri ebrei
imparò il mestiere del padre, cioè costruire tende, mestiere che
continuò a fare anche durante l'apostolato per il mondo. Morì martire a
Roma nel 67 dopo due anni di prigionia.
«Anch'io infatti sono Israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino» (Rom.
11, 1), «circonciso l'ottavo giorno, della stirpe d'Israele, della
tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge» (Phil. 3, 5). Il nome Saulo lo ebbe il giorno della circoncisione e deriva dall'unico re della tribù di Beniamino: Saul. Come civis Romanus avrebbe dovuto avere tre nomi ma del terzo nulla sappiamo.
La personalità [modifica]
In giovinezza fu mandato a studiare a Gerusalemme presso la scuola del più famoso rabbi del tempo, Gamaliele il Vecchio (successore di Hillel), e fu educato secondo la religiosità delle tradizioni farisaiche
(At 22,3; Fil 3,5-6). È probabile che qualche suo familiare vivesse a
Gerusalemme, infatti più tardi viene riferito che un figlio di sua
sorella gli salvò la vita in questa città (At 23, 16). Intorno agli
anni 25-30 tornò a Tarso, poiché non era presente a Gerusalemme durante
la predicazione di Gesù. Vi tornò forse dopo pochi anni dalla passione
del Cristo, poiché fu testimone della lapidazione di Stefano tenendo gli abiti degli uccisori, come descritto negli Atti degli Apostoli
(At 8, 1-3). In questa fase è un attivo fariseo, ricoprendo nel gruppo,
vari ruoli di particolare rilievo: ebbe ad esempio il diritto di voto
nel Sinedrio ebraico (At 26,10), che giudicava le cause di maggior rilevanza giuridica.
Ricevette presto il compito di andare a Damasco
ad imprigionare i cristiani di quella città (At 9,2). Fu
particolarmente zelante e deciso contro la religione di Gesù, che
cominciava a diffondersi e affermarsi (Gal 1,14), (At 8,1 22,20). Più
volte negli Atti degli Apostoli la voce stessa di Paolo racconta questo
periodo: l'approvazione della lapidazione di Stefano, la persecuzione
feroce contro i cristiani che faceva scovare, gettare in carcere
torturare e uccidere, dando loro la caccia anche in città straniere.
(At. 26,11) Forse egli stesso si descrisse più sanguinario del vero,
comunque la sua figura era divenuta un terrore per tutti i cristiani
del tempo.
Dagli scritti che gli sono attribuiti emerge l'immagine di un «uomo
tutto d'un pezzo», incapace di compromessi, ardente ed impetuoso,
portato ad arrivare in fondo alle cose di sua competenza senza
risparmio e senza riserva di sé. Tale temperamento lo rese dapprima
terribile persecutore dei Cristiani e poi, una volta convertito, instancabile diffusore del Cristianesimo in tutto il bacino del mar Mediterraneo,
tra difficoltà, pericoli e fatiche di ogni genere (2Cor 11,23-28), e
con uno zelo incontenibile (1Cor 9,19-23). Uomo sensibile, facile alla
commozione, risulta capace di amare ardentemente i «suoi» fedeli e le
«sue» comunità (1Ts 2,7-12 1Cor 4,15).
La conversione [modifica]
La conversione di San Paolo
Abbiamo tre descrizioni della conversione di San Paolo; la prima
quella degli Atti ad opera di Luca e le altre due ad opera di Paolo
stesso, la prima durante l'arringa descritta in Atti 22, 3-16, dopo
l'arresto e la seconda davanti al Tribunale di Erode Agrippa I. Secondo
il suo stesso racconto (Gal 1,13 1Tim 1,12-13), mentre a cavallo si
recava a Damasco,
per arrestare i cristiani fuggiti da Gerusalemme, sarebbe caduto a
terra accecato da una luce intensa e sentendo la voce di Gesù che gli
chiedeva il motivo della sua persecuzione. Da quel momento narra di
essere rimasto cieco per tre giorni, senza mangiare e bere nulla,
recuperando la vista solo dopo l'imposizione delle mani da parte di
Anania, un cristiano inviato da Dio quale missus dominicus.
Tale evento prodigioso egli interpretò come chiamata diretta a compiere
la missione di evangelizzare e dare la propria testimonianza, tanto che
si parlerà di lui come di "cantore della Grazia", cioè della fede come
Grazia di Dio (Ef 2,8-10). Secondo il racconto degli Atti degli
Apostoli comunque Anania stesso gli comunicherà che lui è stato scelto
da Dio per evangelizzare il mondo (At 9, 15).
Dopo la conversione Paolo si ritirò per un tempo non precisato, nel deserto dell'Arabia
a sud di Damasco (Gal 1,17) forse per pregare, riflettere e meditare le
Sacre Scritture; poi tornò a Damasco. Ma qui iniziò a predicare
provocando l'ira dei giudei che tentarono di prenderlo per ucciderlo.
Fu costretto a fuggire, aiutato a calarsi di notte in una cesta dalle
mura della città. Si recò quindi a Gerusalemme
e grazie all'aiuto di Barnaba fu introdotto nell'ambiente cristiano che
per ovvie ragioni, nei suoi confronti era molto diffidente. Qui ebbe
modo di conoscere gli apostoli e in particolare riuscì a parlare con
Pietro e confrontare con lui il «suo Vangelo»,
cioè la predicazione che egli aveva cominciato a svolgere (Gal 1,18).
Dovette però fuggire dopo solo quindici giorni, perché i giudei
volevano ucciderlo (At 9,26-30), adirati per il suo tradimento. Alcuni
cristiani lo accompagnarono a Cesarea Marittima
da dove si imbarcò per Tarso nell'anno 39. Da qui, per quattro-cinque
anni non si hanno notizie di lui. Fu Barnaba che lo venne a cercare a
Tarso e lo portò ad Antiochia.
Questa è la città dove nacque il termine di cristiani. Qui diffusero la
Buona Novella per circa un anno con discreti risultati. Poi si recarono
a Gerusalemme dove imperversava la carestia che aveva colpito molte
zone dell'Impero durante il regno di Claudio (anno 44), come raccontato
anche da Flavio Giuseppe,
portandovi aiuti materiali dalla comunità di Antiochia. Vi trovarono
solo Pietro e Giacomo perché era in corso la persecuzione indetta da Erode Agrippa I e la maggior parte degli apostoli erano stati costretti alla fuga.
La prima predicazione [modifica]
Nel 34-36 Paolo aveva predicato nell'Arabia antierodiana per poi limitarsi alla Siria e alla Cilicia. Nel 41 venne ucciso Caligola che aveva tentanto di imporre il culto dell'imperatore dio anche tra gli ebrei. Alla luce dell'elaborazione filoniana questa era la realizzazione della provvidenza divina (pronoia) che nel lungo periodo si impone contro il caso (tyche). Nel mondo, nella physis, la pronoia conduce alla vittoria morale il popolo giudaico che grazie alla metanoia, al proselitismo che permette ai gentili di partecipare delle virtù giudaiche, abbatte le barriere con le altre stirpi.
Nel 44 Erode Agrippa I, grande amico di Caligola, venne acclamato dio dai greci di Cesarea Marittima,
nella quale esisteva un'importante colonia ebraica; a tali onori Erode
non si era opposto in maniera decisa. A quel punto Paolo e Barnaba
decidono che era venuto il momento di diffondere il messaggio della buona novella e di fede in Dio
tra coloro che nulla sapevano della parola di Dio e di Gesù Cristo, i
cosiddetti gentili. Tale evangelizzazione si compie nell'arco di 12
anni dal 45 al 57 e si snoda lungo tre successivi viaggi tutti iniziati
dalla città di Antiochia.
Il primo viaggio portò Paolo, Barnaba ed il giovane evangelista Marco dapprima nell'isola di Cipro, con le città di Salamina e Pafo e poi in Asia Minore, dove vennero fondate varie comunità presso le città di Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra, Derbe
e il loro percorso seguiva le sinagoghe. A Perge, Marco si separò da
loro tornandosene a Gerusalemme, determinando le ostilità che Paolo
ebbe nei suoi confronti nel viaggio successivo.
Il viaggio durò cinque anni tra il 45 e il 49, non senza difficoltà e persecuzioni; a Listra Paolo venne lapidato
fino ad essere creduto morto. Durante il ritorno, Paolo e Barnaba
ripercorsero le tappe dell'andata a ritroso, rianimando le comunità
fondate, istruendo dei "responsabili anziani" in ciascuna delle
comunità; da Perge, infine, passarono ad Attalìa e da qui, tornarono ad Antiochia di Siria (At 13,13-14,28).
Ad Antiochia trovarono la comunità in una situazione non
propriamente tranquilla: il problema che si poneva era quello della
necessità o meno di far "diventare Giudei" (cioè circoncidere e sottoporre alle prescrizioni della legge mosaica) i pagani
che si convertivano a Cristo. Vi erano al riguardo due correnti di
pensiero: secondo alcuni la legge di Mosè conservava ancora tutto il
suo valore e per giungere alla salvezza era unicamente necessario
osservare le opere della Legge; secondo altri invece la salvezza veniva
unicamente dalla fede in Gesù Cristo e dal Vangelo.
Per dare una risposta a tali quesiti ben presto Paolo e Barnaba
dovettero tornare a Gerusalemme per discutere con gli altri apostoli;
si ebbe così il primo concilio ecumenico (Concilio di Gerusalemme 49)
(At 15; Gal 2,6-10). Le conclusioni di tale concilio sono riportate in
At 15,28-29: non sarebbe stata indispensabile la circoncisione per
essere considerati cristiani a tutti gli effetti.
Poco tempo dopo avvenne il cosiddetto «incidente di Antiochia» (Gal. 2,11-14), in cui Paolo prese posizione contro Pietro
perché questi, a suo parere, cedeva alle pressioni dei giudeo-cristiani
e non difendeva strenuamente la libertà della legge di Mosè dei
"pagano-cristiani". Il contrasto dipese da una diversa valutazione di
atteggiamenti pastorali tra Pietro e Paolo. Pietro ritenne
indispensabile derogare, in quella occasione, alla linea fissata dal
concilio di Gerusalemme per evitare difficoltà e contrasti tra i due
"schieramenti" cristiani, mentre a Paolo tutto ciò sembrò un cedimento
rispetto a quanto stabilito nel concilio: anche Paolo, tuttavia non si
attenne strettamente al Concilio, egli infatti fece circoncidere Timoteo affinché venisse accettato anche dai Giudei e dai giudeo-cristiani (At. 16,1-3).
Secondo viaggio [modifica]
Nel 50
Paolo iniziò il secondo grande viaggio (senza Barnaba con il quale
aveva rotto i rapporti), di durata maggiore rispetto al primo e
terminato nel 52:
tornò nelle comunità dell'Asia Minore fondate durante il primo viaggio
successivamente si spostò verso nord e all'interno dove fondò le
comunità della Galazia.
Poi, secondo il racconto degli Atti degli Apostoli, su invito dello Spirito Santo (At. 16,6-10) passò in Macedonia per fondare le comunità di Filippi e di Tessalonica. Da qui fu presto costretto a fuggire per rifugiarsi ad Atene, dove tenne il famoso "discorso dell'Areopago" (At 17,22-34). Si recò quindi a Corinto, dove rimase un anno e mezzo e scrisse le due lettere ai Tessalonicesi (51), ritornando infine ad Antiochia l'anno successivo.
Il terzo viaggio iniziò nel 53 e terminò nel 58. Paolo rivisitò tutte le comunità dell'Asia Minore fondate nei viaggi precedenti, e si fermò ad Efeso
per ben tre anni. In questa città, sede del culto di Artemide nel
famoso Tempio, che richiamava pellegrini da tutto il Mediterraneo, la
sua predicazione contro gli idoli, provocò una sommossa degli orefici
che realizzavano grandi guadagni con la vendita di simulacri preziosi
della dea. Venne anche imprigionato; lo stesso Paolo, cita le
sofferenze della prigionia e riferisce di aver rischiato di morire
(2Cor 1,8-10).
Da Efeso scrisse:
Recatosi a Corinto per arginare la situazione descritta nella
seconda lettera, la missione non ebbe successo e ritornato ad Efeso
scrisse una nuova lettera,la terza lettera ai Corinzi, in cui espresse
il suo dolore per la situazione di Corinto.
Sempre da Efeso scrisse, tra il 53 e il 56 la lettera ai Galati, la lettera ai Filippesi e la lettera a Filemone.
Partì da Efeso alla volta della Macedonia, e nella Troade venne raggiunto da Tito,
che si trovava a Corinto per tentare un avvicinamento con gli abitanti
della città. Tito portò buone nuove a Paolo che si sentì profondamente
confortato e in tale frangente scrisse ancora una lettera, la quarta
indirizzata ai Corinzi, denominata "lettera della riconciliazione".
(2Cor 1,1-2,13 7,5-16).
Visitate Filippi e Tessalonica, l'apostolo scese a Corinto, da dove
scrisse la lettera ai Romani in cui esternava il suo desiderio di
raggiungere la Spagna (Rom 15,22-24).
Alla fine dell'anno 57
San Paolo partì alla volta di Gerusalemme per purificarsi con 4
nazorei. Fu visto in città con uno di loro e si diffuse la voce che
aveva condotto un Ἒλλην nel santuario [1] Venne arrestato dal tribuno della coorte di stanza nella fortezza Antonia
a cui si presentò: «io sono un uomo giudeo, cittadino di Tarso, città
cilicia non priva di importanza; ti prego fammi parlare al popolo» Ma
dato che il popolo desiderava poco o punto ascoltarlo il tribuno diede
ordine di flagellarlo; al che Paolo dichiarò la propria cittadinanza romana.
Trattenuto in carcere per ben due anni a Cesarea Marittima, attese con ansia che il procuratore romano
Felice prendesse le sue difese, ma ciò non avvenne. Durante una
successiva udienza dinanzi al nuovo procuratore Festo venne deciso di
accogliere la sua richiesta di essere giudicato dal tribunale imperiale
e, dato che le pressioni accusatorie dei Giudei si facevano sempre più
pesanti, fu costretto a partire per Roma. Al termine di un viaggio travagliatissimo (la nave rischiò il naufragio a causa della tempesta) arrivò a Malta, poi in Sicilia, poi a Reggio Calabria dove, secondo la leggenda, compì il miracolo della colonna (conservata presso il duomo), e alla fine a Pozzuoli.
Da Pozzuoli proseguì a piedi per Roma e qui fu nuovamente imprigionato (61-63)
in una casa, con un soldato alla porta, legato con la catena. Nel
frattempo, tuttavia, accoglieva tutti coloro che lo andavano a visitare
e li evangelizzava. Scrisse inoltre da Roma le cosiddette "lettere
della prigionia": agli Efesini e ai Colossesi.
La prigionia di Roma durò due anni. Terminò con l'assoluzione e la libertà di Paolo, prima del 64,
data dell'incendio della città e della prima persecuzione cristiana.
Paolo aveva scritto di voler venire a Roma di passaggio per andare in Spagna (Rom 15:24-26. È ragionevole che ora realizzasse il suo ideale. Rendono testimonianza di ciò, alla fine del I secolo san Clemente romano, nel II secolo il Canone muratoriano, gli Acta Petri, gli Acta Pauli e più tardi Atanasio, Giovanni Crisostomo e Gerolamo.
Ultimo viaggio per l'Oriente [modifica]
Dall'Italia, Paolo tornò in Oriente: Asia Minore, Macedonia, Creta e Acaia. L'ordine più probabile: Visita Efeso e vi lascia Timoteo; prosegue per la Macedonia, ove scrive la Prima lettera a Timoteo. A Creta lascia Tito. Poi scrive la Lettera a Tito, dandogli appuntamento a Nicopoli (Epiro), ove pensa di svernare. A Troade lascia il suo mantello e le pergamene. A Mileto s'ammala Trofimo. A Corinto
rimane Erasto. Non si sa con certezza dove fu nuovamente fatto
prigioniero. Alcuni parlano di Troade, fondandosi sulla sua partenza
precipitosa, come si suppone dall'abbandono del mantello e delle
pergamene. Altri che tornò libero a Roma e ivi fu fatto prigioniero. La
Seconda lettera a Timoteo, ultima dell'Apostolo, è scritta quand'era già prigioniero a Roma e senza speranza di libertà. Fu decapitato nel 67, anno quattordicesimo del regno di Nerone, secondo Gerolamo ed Eusebio di Cesarea. Dionigi di Corinto, dice invece che morì contemporaneamente a Pietro.
La questione dei gentili [modifica]
Con il concetto della metanoia
(ossia l'apertura della fede ai pagani) è chiarita la questione del
proselitismo; ciò che chiaro ancora non era riguardava il rapporto tra
i proseliti e la legge di Mosè che prescriveva la circoncisione.
L'esperienza man mano maturata nei viaggi convinse Paolo che la
circoncisione era un serio ostacolo per chi voleva abbracciare la fede in Cristo, per cui si batté all'interno della comunità per spiegare quello che altrove un certo Chananja (Ananias) andava predicando nell'Adiabene (stato vassallo dei Parti):
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« diceva
infatti che poteva seguire il giudaismo, solo che decidesse di obbedire
alle tradizioni dei Giudei; e che questo punto era più fondamentale
della circoncisione » |
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Intorno all'anno 50 «alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai
fratelli questa dottrina: "Se non vi fate circoncidere secondo l'uso di
Mosè, non potete esser salvi"» (At 15,1).
Per risolvere la disputa, Paolo si recò a Gerusalemme e pose la
questione perché venisse discussa dalla Comunità dei credenti. Nel
corso di quello che è conosciuto come Concilio di Gerusalemme Giacomo, il "fratello del Signore", San Pietro e Giovanni
(ritenuti le "colonne" della comunità) riconobbero la validità della
posizione di Paolo, ossia che non era necessaria la circoncisione dei
convertiti dal paganesimo.[2] Nella Lettera ai Galati (2,7-9), inoltre, Paolo scrive che venne affidato a lui "l'evangelio degli uomini dell'akrobystia" (dei non circoncisi) e a Pietro l'evangelio «degli uomini della peritomé» (della circoncisione).
Paolo stesso ci racconta poi il cosiddetto «incidente di Antiochia»[3]
in cui ricorda di essersi opposto apertamente a Pietro poiché in una
riunione quest'ultimo evitava i convertiti dal paganesimo temendo che i
convertiti dal giudaismo si offendessero (vedi purità rituale). In quella occasione anche Barnaba si lasciò attirare nella dissimulazione di Pietro.
La prigionia di Paolo - Interpretazione della moderna storiografia [modifica]
La ricostruzione storica [modifica]
Il racconto tradizionale, che vuole Paolo di Tarso «più volte
imprigionato dai romani» non è giudicato attendibile secondo alcune
recenti ricerche storiografiche. Mentre per il periodo storico preso in
esame non mancano fonti antiche, come Tacito e Giuseppe Flavio (gli accenni alla prigionia di Paolo sono presenti solamente in alcuni passi degli Atti degli apostoli),
che vengono ora diversamente interpretate sulla base delle conclusioni
raggiunte da una branca della moderna storiografia che si occupa del
controllo delle fonti (vedi qui).
Durante i suoi viaggi, Paolo di Tarso aveva fatto tappa nelle città di Filippi e Salonicco,
in entrambe le località rimediando l'accusa di esercizio della magia da
parte dei capi delle comunità ebraiche alle autorità romane, le quali
non dettero seguito alla denuncia. Anche a Corinto, venne portato in giudizio da Sostene (Sosthenes in greco)[4],
capo della comunità israelita corinzia, per rispondere delle accuse di
"religione non permessa". Infatti i culti doveveno essere riconosciuti
dai Romani per essere "legali" ed il cristianesimo non rientrava in
questa lista: dicevano infatti «Costui persuade la gente a rendere un
culto a Dio in modo contrario alla legge» (At 18,13). Il proconsole Junio Anneo Gallio (fratello di Lucio Anneo Seneca) rifiutò di procedere ritenendo che la giustizia romana non fosse interessata a questioni puramente religiose (At 18,12-17).
Gli Atti aggiungono che il capo della sinagoga venne malmenato dal
popolo che reclamava attenzione: «Allora tutti afferrarono Sòstene,
capo della sinagoga, e lo percossero davanti al tribunale, ma Gallione
non si curava affatto di tutto ciò.» (At 18,17).
Forte della protezione delle leggi di Roma, Paolo era tornato a Gerusalemme nel 58 e, contro il parere dei capi della comunità cristiana, si era recato nel tempio ebraico per predicare, scatenando la prevedibile reazione degli ebrei.
Paolo sarebbe stato, quindi, non arrestato, ma salvato a stento
dalla lapidazione dal pronto intervento dei soldati romani, agli ordini
del tribuno Claudio Lissa,
i quali portarono al sicuro l'apostolo, incalzati dalla folla
inferocita che gridava «ammazzalo, ammazzalo!». Il racconto degli Atti
degli Apostoli parla sì di arresto, ma fa chiaramente intendere che fu
in effetti un salvataggio in extremis (At 21,27-36).
Il tribuno Lissa convocò il sinedrio,
ma non si ritenne in grado di prendere una decisione. Tuttavia, avuta
notizia che si stava preparando un colpo di mano per eliminare Paolo,
probabilmente allo scopo di evitare altri disordini, lo fece
accompagnare con una scorta di protezione (duecento fanti, duecento
arcieri e settanta cavalieri) a Cesarea, sede del governatore Antonio Felice e della più importante guarnigione romana in Giudea.
Anche il governatore rimandò la decisione, ma fece restare Paolo all'interno del castrum in "custodia militaris", ovvero sotto protezione. Secondo l'ordinamento Romano, la custodia militaris era una misura ben diversa dalla "custodia publica"
(ovvero l'arresto) e lasciava la possibilità al "custodito", di
ricevere chiunque volesse e condurre una vita pressoché normale, certo
con il divieto di lasciare la città. Ma, è facile dedurre che in tale
situazione Paolo neppure si sarebbe sognato di contravvenire al divieto.
Rimase in questa condizione due anni, durante i quali pare che il
governatore propose all'apostolo di trasferirlo sotto scorta in altra
città, in cambio d'una adeguata somma di denaro. Antonio Felice
(fratello di Pallante, il più importante consigliere di Claudio) era un uomo avido e corrotto e, per questo motivo, venne destituito da Nerone che nominò governatore il più scrupoloso Porcio Festo.[5]
Ad una sola settimana dal suo insediamento, il nuovo governatore
decise di risolvere la situazione riconvocando il sinedrio e, ascoltata
la richiesta di condanna a morte, esternò la propria incompetenza
giuridica: «Se si trattasse di qualche ingiustizia o di qualche
malvagia azione, io vi ascolterei come di ragione, o Ebrei. Ma si
tratta di discussioni su una parola, su dei nomi e sulla vostra legge:
io non voglio dover giudicare di cose come queste.»[6]
In teoria aveva dato ragione a Paolo, ma in pratica la liberazione
l'avrebbe esposto alla vendetta dei Giudei. D'altro canto mantenerlo
all'infinito in "custodia militaris" significava ammettere
implicitamente l'inefficacia dell'autorità di Roma.
A trarre d'impaccio il governatore è Paolo che, nella sua qualità di cittadino romano si appella al giudizio dell'imperatore Nerone: («Civis romanus sum. Cesarem appello!»). Occorre precisare che, pochi anni prima (57), Paolo aveva definito l'imperatore "autorità istituita da Dio", raccomandandone l'obbedienza ai cristiani dell'Urbe. [7]
L'apostolo viene dunque imbarcato nel porto militare di Cesarea e scortato a Roma dal centurione Giulio. Qui giunto nel 60,
in attesa del giudizio imperiale viene posto agli "arresti
domiciliari", da dove tuttavia poté predicare in assoluta libertà e
senza ostacoli.[8]
Nel 62 venne giudicato dal tribunale di Roma presieduto dal "praefectus urbi" Afranio Burro, stretto consigliere di Nerone, ed assolto.
Le basi della cronologia Paolina [modifica]
- Nella prima prigionia romana, quando Paolo scrive la Lettera a Filemone si considera vecchio, perciò si può stabilire l'età fra i 50-60 anni (Fil. 9). Alla morte di Stefano
è giovane (Atti 7:58). La gioventù per gli antichi oscillava fra i 30 e
i 40 anni. Paolo poteva allora avere circa 30 anni. L'attivismo e la
fiducia che il sinedrio gli accorda confermano tale età.
- La Misnàh stabilisce a 15 anni lo studio del Talmud
e a 18 il matrimonio. Quando studia con Gamaliele, ha compiuto i 15
anni; aggiungendo gli anni di studio e quelli di assenza da
Gerusalemme, durante il ministero di Gesù, alla morte di Stefano ha
circa trent'anni.
- Pilato fu deposto nel 36.
Non è probabile che il martirio di Stefano sia avvenuto sotto il suo
governo senza il suo consenso, ma è possibile nell'intervallo tra la
deposizione di Pilato, e l'arrivo del successore Marcello.
Per questo è molto probabile l'anno 36 per il martirio di Stefano e la
conversione di Paolo, poco tempo dopo. Se allora ha circa trent'anni,
egli è nato dopo Cristo, verso l'anno 6 dell'era cristiana.
Altri pongono l'anno 34 come data della conversione.
- Areta IV regnava a Damasco, quando Paolo fuggì di là, poco dopo il suo battesimo (2 Cor 11:32-33). Non è probabile che i Romani avessero rinunciato a Damasco mentre era in vita Tiberio, di carattere energico, morto nel marzo del 37, ma che Areta si sia impadronito di Damasco al tempo di Caligola (37-41). Areta morì nel 40; la fuga di Paolo, a tre anni dalla conversione, avviene tra il 37 e il 40.
- L'inizio del regno di Agrippa I fu tra 41 e 42 e coincide col martirio di San Giacomo.
Il viaggio delle offerte fu fatto poco dopo la morte di Agrippa I, nell'anno 44. Quindi, tra 39 e 43 Paolo si trova in Cilicia, nel 44 va a Gerusalemme con Barnaba ed inizia il primo viaggio apostolico (Atti 11:27-30; 12:25).
- Nel secondo viaggio è ospitato a Corinto in casa di Aquila e di Priscilla, appena giunti da Roma, poiché Claudio (41-54) aveva cacciato tutti i Giudei nell'anno 49-50 (Atti 18.2-3). L'inizio del secondo viaggio si può porre quindi fra il 50 e il 51.
- Passa un anno e mezzo a Corinto prima di comparire davanti a Gallione, che fu per un anno proconsole romano di Corinto. Dall'iscrizione di Delfi che lo riguarda si è potuto fissare questo anno, che fu il 52. Siccome il secondo viaggio finì non molto dopo, possiamo fissare la sua fine fra il 52 e il 53.
Chiave importante per la cronologia di Paolo è l'inizio del governo di Festo, che fu in Giudea nell'anno 60.
Paolo, due anni dopo esser stato messo in prigione in Cesarea, gli fu
presentato. Quindi la prigionia in Gerusalemme, che coincide con la
fine del terzo viaggio, era iniziata nell'anno 58. Festo lo mandò in seguito a Roma, cioè nello stesso 60. Quando giunse a Creta
era passata la festa dell'Espiazione o del Grande Digiuno (Atti 27:9),
che cadeva agli inizi di ottobre. Si era imbarcato, quindi, sul finire
dell'estate o all'inizio dell'autunno del 60. Siccome passa tre mesi a Malta (Atti 28:11) e riprende la navigazione dopo l'inverno, il suo arrivo a Roma si può fissare con sicurezza nella primavera del 61. La prima prigionia romana dura due anni (Atti 28:30). Sembra molto sicuro l'anno 63 per la fine del processo e l'assoluzione di Paolo. Nel 64 non poteva piu trovarsi sotto la custodia di Nerone,
poiché in quell'anno avvenne l'incendio di Roma e iniziò la prima
persecuzione contro i cristiani. Paolo sarebbe stato una delle prime
vittime se non fosse stato già in libertà e fuori di Roma. È questo il
tempo indicato del viaggio in Spagna.
Le lettere di San Paolo
appartengono al genere letterario "epistolare" ma si differenziano per
lo stile, per l'impostazione e per la schematizzazione nella stesura.
La critica riconosce per «sicuramente paoline» la prima lettera ai Tessalonicesi, la prima e seconda lettera ai Corinzi,
quelle ai Romani, Galati, Filippesi e a Filemone. Qualche riserva
(sostanzialmente trascurabile) è stata rivolta nei confronti della
seconda lettera ai Tessalonicesi e quelle agli Efesini e Colossesi.
Dubbi più seri riguardano 1° e 2° Timoteo e la lettera a Tito,
soprattutto se si esclude la liberazione di Paolo nel 64 e il viaggio
in Spagna (sarebbero in questo caso scritte molto probabilmente da
discepoli). Si esclude con sicurezza la paternità della lettera agli Ebrei.
Ruolo storico di San Paolo [modifica]
Il ruolo storico di San Paolo fu quello di allargare l'orizzonte di diffusione della fede in Cristo
ai non Giudei, consentendo la non circoncisione dei credenti e il
superamento del ritualismo ebraico; il superamento, inoltre, del
concetto di esclusivismo tipico del popolo israelita che si sentiva
unico depositario del "patto di salvezza" spalancava le porte a tutte
le persone che desideravano diventare cristiane.
- Massimo Fini. Nerone. Mondadori, 1991.
- Jerome Murphy-O’Connor, Vita di Paolo, Paideia, 2003.
- Jerome Murphy-O’Connor, Paolo, San Paolo, 2007.
- Emilio Radius. L'incendio di Roma. Rizzoli, 1962.
- Luigi Rusca. Saggio sulle persecuzioni dei cristiani. Rizzoli, 1963.
- Tom Wright Che cosa ha veramente detto Paolo. Claudiana Editrice, 1999. ISBN 88-7016-304-0
- Religioni e Miti in Dizionario Enciclopedico, volume II. Bompiani.
- Jacques Brosse. I Maestri spirituali. Gremese edizioni, 1991. ISBN 88-7605-590-8
- Claude Tresmontand. Paolo di Tarso. Mondadori, 1960.
- Floyd E.Hamilton. In difesa della fede. Napoli, Centro Biblico, 1972.
- G Filoramo (a cura di). Cristianesimo in Storia delle religioni. Roma, Laterza, 2005.
- Hyam Maccoby. Paul, the mythmaker. Barnes & Noble, 1986.
Voci correlate [modifica]
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